IL FATTO QUOTIDIANO

lunedì 2 marzo 2009

Gioacchino Genchi

domenica 15 febbraio 2009

E adesso pubblichiamola tutti...

lunedì 5 gennaio 2009

Cos'è la mafia?

Ricorre oggi il venticinquesimo anniversario della morte di Giuseppe Fava, giornalista ucciso dalla mafia a Catania la sera del 5 gennaio 1984.
Denunciò fino alla fine le collusioni tra mafia e politica, come nell'ultima intervista rilasciata a Enzo Biagi il 28 dicembre del 1983.

sabato 3 gennaio 2009

Niente cimici siamo italiani

Berlusconi ha annunciato che bisogna riformare le intercettazioni e uno stuolo di giornalisti al seguito ha cominciato a ripeterlo a pappagallo. Senza peraltro spiegare il perché.

di Marco Travaglio, da l'Espresso

È bastato che Berlusconi strillasse per qualche mese che bisogna riformare le intercettazioni, perché uno stuolo di giornalisti al seguito cominciasse a ripeterlo a pappagallo. Senza peraltro spiegare il perché. Bruno Vespa scrive su 'Bresciaoggi' (imperversa pure lì) che "è sempre più urgente sanare la piaga delle intercettazioni", dopo averne sciorinate a centinaia nei tele-processi di Cogne, Erba, Garlasco e Perugia. Il 'Corriere' gli fa eco in prima pagina: "Riforma condivisa delle intercettazioni" in base al "testo del Consiglio dei ministri". Si spera che quel testo, al 'Corriere', non l'abbiano letto: altrimenti non si vede come possano sollecitare una legge che manda in galera (pena da 1 a 3 anni) i cronisti, anche del 'Corriere', che citano o riassumono intercettazioni o altri atti d'indagine, anche "non più coperti da segreto", prima del processo (potranno farlo solo 4-5 anni dopo la scoperta dei fatti).
Alla prossima conferenza stampa uno dei fortunati giornalisti accreditati potrebbe domandare al premier: "Scusi, perché mai vuole riformare le intercettazioni?".
Se dice che sono troppe, obiettare che ogni anno si fanno 3 milioni di nuovi processi e s'intercettano appena 15-20 mila persone.
Se dice che costano troppo, obiettare che nel 2007 sono costate 224 milioni, ma han fatto recuperare allo Stato svariati miliardi da mafiosi, narcotrafficanti, finanzieri furbetti, corrotti, rapinatori, truffatori; comunque per risparmiare basta acquistare le apparecchiature anziché affittarle da privati, o imporre tariffe scontate alle compagnie telefoniche.
Se dice che all'estero ne fanno di meno, obiettare che ne fanno di più, ma non risultano nelle statistiche perché non le dispongono solo i giudici, ma anche le polizie e i servizi segreti senza render conto a nessuno.
Se dice che all'estero si fanno solo per mafia e terrorismo, obiettare che l'Fbi ha appena intercettato e arrestato il governatore dell'Illinois, Rod Blagojevic, e centinaia di top manager di Wall Street coinvolti nei mutui subprime.
Se dice che all'estero i giornali non le pubblicano, esibire un giornale Usa a piacere con le telefonate di Blagojevic & C., compresi i non indagati Jesse Jackson jr. e Rahm Emanuel, braccio destro di Obama.
Se dice che vanno escluse per i reati minori, obiettare che il testo governativo le vieta per associazione a delinquere, sequestro di persona, rapina, stupro, furto, spaccio, estorsione, truffa, frode fiscale, bancarotta, omicidio colposo, sfruttamento della prostituzione. Reati minori? Che ne pensano An e la Lega?
Se dice che bastano e avanzano gli altri mezzi d'indagine, obiettare che tutti i più recenti scandali sono emersi grazie alle intercettazioni: Bancopoli, Calciopoli, Vallettopoli, casi Cuffaro e Saccà, clinica-horror Santa Rita, Abu Omar e Sismi deviato, Tangentopoli a Firenze, Pescara, Napoli, Potenza.
Se dice che la riforma serve appunto per coprire gli scandali, ringraziarlo per la squisita sincerità. Poi avvertire Vespa e il 'Corriere'.

(31 dicembre 2008)

giovedì 25 dicembre 2008

Radio Mafiopoli - Lettera a Babbo Natale

Ascolta la puntata.

Caro Babbo Natale,
mi chiamo Luigino, quest’anno la letterina di Natale il mio babbo mi ha detto di scrivertela a te e non più ad Andreotti come gli anni scorsi perché ormai, dice il babbo, quello è fuori di testa e rischiamo che ci arrivi ancora sotto l’albero il sottobicchiere con la faccia di Gelli che il mio fratellino c’è rimasto così male che ha frignato fino ai primi d’aprile. Io gli ho detto al babbo – allora scriviamola al presidente del consiglio! – ma lui dice – lascia perdere… che con il cognome che ci chiamiamo capisce subito che siamo terroni e comunisti e ci regala un corso intensivo di conversione alla fede di Emilio Fede. E io non ho capito se la fede è quella di Fede o intendesse la fede quella maiuscola o la maiuscola era per fede, ma il babbo mi ha detto di smetterla che oramai sto natale ci ha anche la fede, in cassa integrazione. Allora scriviamola alla minoranza che ci può aiutare! – gli ho detto. E lui ha cominciato a diventare tutto rosso e paonazzo e a ridere come un ossesso che si è subito bevuto con la mamma un bel bicchiere di rosso in due… erano anni che non lo vedevo andare a letto così felice e contento. Allora caro Babbo Natale quest’anno la scrivo a te la letterina, che ormai come dice mio papà sei il candidato più accreditato per farci uscire dalla crisi.

Quest’anno giù a Mafiopoli ci hanno detto a scuola che sarà un natale di crisi nera: che neanche ci hanno avuto i soldi per stamparci i manifesti per prometterci più acqua per tutti che facevano tanto aria di natale anche se non ci credeva più nessuno, perché a natale alla fine è il pensiero che conta.

Se passi da Palermo mandaci giù dal camino ai miei amici mafiopolitani uno di quei libri dell’autogrill su come gestire ottimizzati l’azienda 2.0 e tutte quelle storie lì. Perchè proprio in questi giorni la polizia ci ha fatto 99 ingabbiati che volevano rimettere in piedi la nuova commissione mafiopolitana come ai bei tempi di Riina ‘u Curtu (che il babbo dice che era una specie di parlamento ma molto più silenzioso e con gli scuri alle finestre molto più scuri). Ecco se passi di lì almeno s’imparano che se si mettono a fare la commissione in 99 succedono quei naturali problemi di convivenza tipici della democrazia. Pensa, Babbo Natale, che a capo della commissione antiantimafia questi gran geni dei boss ci volevano metter Bernardo Capizzi si vede perché ci aveva il cognome di uno che aveva già capito tutto, ed è un bel giovanotto di 64 anni. Papà dice che deve essere proprio l’anno santo dei rinnovamenti a favore dei giovani in tutti i campi, questo. Ecco se tu ci regali un bel manuale a questi bei boss mafiopolitani magari cominciano a capirci un po’ di più e magari anche a curare un po’ di più l’immagine e ad affittarsi una sala riunioni decente senza riunirsi sempre in queste casupole tutte sgarruppate con l’arbre magique alla ricotta che viene la tristezza nelle ossa solo a guardarle. Se riesci e non è troppo disturbo a Riina U’Curtu il libro portaglielo solo con le figure, altrimenti si incaglia al primo congiuntivo che dice che i congiuntivi sono il vero problema di Mafiopoli e che li hanno inventati i comunisti. E se vuoi proprio esagerare e fare un figurone, Babbo Natale, a Zu’ Binnu Provenzano portaglielo su una bella carta intestata a forma di bibbia, che sono così sicuro al cento che si commuove perché ci ha il cuore commuovibile, mica solo la prostata. E magari salutami Raccuglia e Messina Denaro, perchè babbo mi dice che sei l’unico che ha il loro numero di telefono. Perché, dice babbo, quella è gente che se ha bisogno di solito ti chiamano loro.

Se passi da Napoli butta giù un altro problema a caso di quelli tuoi che c’hai nel sacco. Così ci dimentichiamo presto anche questi ultimi e li spediamo insieme a tutti gli altri nella discarica della distrazione. E visto che ci sei, se puoi controllare nel tuo mazzo di chiavi delle porte di tutto il mondo guarda se ti avanzano quelle per la discarica, giù a Chiaiano: che siccome è un posto non pericoloso e sotto controllo come continuano a dirci magari, visto che sono così sicuri e ci rassicurano, gli prepariamo il cenone sopra la montagnola. E voglio vederli che faccia fanno mentre si mangiano gli astici che diventano fluorescenti.

Da Gomorra puoi anche non passare, tanto lì ci passa qualcuno di Sandrocàn Schiavone a darci la mesata e a natale pure con la tredicesima. E poi se ti vedono in centro tutto rosso e con le renne ricominciano a frantumarceli che è colpa di Roberto e del suo libro e ricomincia la tiritera. E magari regala un fiore a Rosaria Capacchione, e prova a convincerla anche tu che in una Mafiopoli civile è normale dover vivere in freezer per aver scritto i fatti degli altri. Che sono sicuro che non ci crede ma almeno le strappi un mezzo sorriso.

Se passi da Buccinasco (occhio alle code in tangenziale) lascia nel camino del sindaco Cereda uno di quei pupazzi cinesi che gli tocchi il pancino e ripetono le parolacce, quelle che non si devono mai dire: pipì, pupù, scemo e mafia. Così si tranquillizza e agisce con calma: nei beni confiscati ci può mettere gli uffici della commissione sull’assegnazione dei beni confiscati e ha risolto il problema, alla Macchiavelli, e a Saviano ci sarà poi tempo per dedicargli una via. Come nei paesi civili.

A Milano buttaci giù dal camino una commissione per l’immagine antimafia. Così almeno riescono a convincerci che una commissione antimafia legittima la mafia ed è dannosa, e magari riescono a convincerci anche che la mafia non esiste e il pluripregiudicato Marras che stava nel cantiere qui dietro al ConDuomo fiscale aveva preso un senso unico e stava semplicemente facendo manovra. Così come Liggio era in via Ripamonti perchè fanno lì il bitter campari come non lo sa fare nessuno. E magari ci facciamo anche uno scherzo. Ci scrivi in piazza Duomo che il santo expò è anticipato a settimana prossima, così noi ci mettiamo seduti sulle scale a guardarci bene chi arriva di corsa in comune suonare il campanello.

Caro Babbo Natale, per tutti gli altri facci due regali. Due palle, mica quelle di Natale, due palle di quelle non rimovibili e un sacco di schiene dritte, per sopportarci mentre non ce la facciamo a non dire che disonorarli è una questione di onore.

Per me, Luigino, Babbo Natale, non regalarmi niente, magari, se fosse possibile, vieni a riprenderti qualcuno di questi politici che ci hai portato l’anno scorso e che a me e al mio fratellino ci sembrano un po’ scassati, e magari visto che hanno solo un anno, magari sono ancora in garanzia.

(da http://www.radiomafiopoli.org/)

martedì 16 dicembre 2008

Il golpe di Silvio

La manomissione della Costituzione per rendere la politica non indagabile

dal blog di Gianni Barbacetto, post del 15 dicembre 2008

Belusconi annuncia il suo golpe morbido: cambiare la Costituzione a colpi di maggioranza per arrivare alla "soluzione finale" con i magistrati.
- Saranno divise le carriere tra pm e giudici. Con i pm destinati a diventare "avvocati dell'accusa", senza potere d'iniziare le inchieste e di dirigere la polizia giudiziaria.
- I pm dovranno aspettare che sia la polizia giudiziaria (che dipende dal governo) a portare le notizie di reato. I pm così non apriranno più inchieste scomode sui potenti e sulla politica. Finiranno per diventare dipendenti dal governo, impiegati del ministero dell'Interno.
- La Lega vorrebbe l'elezione dei pm. Così la politicizzazione dei magistrati d'accusa sarebbe totale.
- Il Csm sarà riformato e reso più dipendente dalla politica.
A questo punto la giustizia non sarebbe più uguale per tutti. Inflessibile e rapida per i poveri cristi, morbida e disarmata nei confronti degli uomini del potere e della politica.
La riforma che serve alla giustizia è tutt'altra: rendere più rapidi i processi, più efficaci le indagini, più certe le pene. Attenzione. Non è un problema dei giudici e dei cosiddetti giustizialisti, è un problema di tutti: quello di Berlusconi è infatti l'annuncio di un cambiamento costituzionale per avere un presidente del Consiglio e una politica non soggetti ai controlli di legalità. Un vero golpe, seppur fatto con il consenso della maggioranza. L'instaurazione della dittatura della maggioranza. La democrazia infatti è equilibrio di pesi e contrappesi, è garanzie per le minoranze. Questa sarà la grande battaglia di libertà del prossimo anno: speriamo che se ne rendano conto tutti i cittadini a cui sta a cuore la democrazia e tutti i partiti dell'opposizione.

Io so

Cos'è questo golpe? Io so

di Pier Paolo Pasolini

Io so.
Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato "golpe" (e che in realtà è una serie di "golpe" istituitasi a sistema di protezione del potere).
Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.
Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.
Io so i nomi del "vertice" che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di "golpe", sia i neo-fascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine, gli "ignoti" autori materiali delle stragi più recenti.
Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi, opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969) e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974).
Io so i nomi del gruppo di potenti, che, con l'aiuto della Cia (e in second'ordine dei colonnelli greci della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il '68, e in seguito, sempre con l'aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del "referendum".
Io so i nomi di coloro che, tra una Messa e l'altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l'organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neo-fascisti, anzi neo-nazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine ai criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista).
Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale della Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città Ducale (mentre i boschi italiani bruciavano), o a dei personaggio grigi e puramente organizzativi come il generale Miceli.
Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killer e sicari.
Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.
Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l'arbitrarietà, la follia e il mistero.
Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell'istinto del mio mestiere. Credo che sia difficile che il mio "progetto di romanzo", sia sbagliato, che non abbia cioè attinenza con la realtà, e che i suoi riferimenti a fatti e persone reali siano inesatti. Credo inoltre che molti altri intellettuali e romanzieri sappiano ciò che so io in quanto intellettuale e romanziere. Perché la ricostruzione della verità a proposito di ciò che è successo in Italia dopo il '68 non è poi così difficile.
Tale verità - lo si sente con assoluta precisione - sta dietro una grande quantità di interventi anche giornalistici e politici: cioè non di immaginazione o di finzione come è per sua natura il mio. Ultimo esempio: è chiaro che la verità urgeva, con tutti i suoi nomi, dietro all'editoriale del "Corriere della Sera", del 1° novembre 1974.
Probabilmente i giornalisti e i politici hanno anche delle prove o, almeno, degli indizi.
Ora il problema è questo: i giornalisti e i politici, pur avendo forse delle prove e certamente degli indizi, non fanno i nomi.
A chi dunque compete fare questi nomi? Evidentemente a chi non solo ha il necessario coraggio, ma, insieme, non è compromesso nella pratica col potere, e, inoltre, non ha, per definizione, niente da perdere: cioè un intellettuale.
Un intellettuale dunque potrebbe benissimo fare pubblicamente quei nomi: ma egli non ha né prove né indizi.
Il potere e il mondo che, pur non essendo del potere, tiene rapporti pratici col potere, ha escluso gli intellettuali liberi - proprio per il modo in cui è fatto - dalla possibilità di avere prove ed indizi.
Mi si potrebbe obiettare che io, per esempio, come intellettuale, e inventore di storie, potrei entrare in quel mondo esplicitamente politico (del potere o intorno al potere), compromettermi con esso, e quindi partecipare del diritto ad avere, con una certa alta probabilità, prove ed indizi.
Ma a tale obiezione io risponderei che ciò non è possibile, perché è proprio la ripugnanza ad entrare in un simile mondo politico che si identifica col mio potenziale coraggio intellettuale a dire la verità: cioè a fare i nomi.
Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia. All'intellettuale - profondamente e visceralmente disprezzato da tutta la borghesia italiana - si deferisce un mandato falsamente alto e nobile, in realtà servile: quello di dibattere i problemi morali e ideologici.
Se egli vien messo a questo mandato viene considerato traditore del suo ruolo: si grida subito (come se non si aspettasse altro che questo) al "tradimento dei chierici" è un alibi e una gratificazione per i politici e per i servi del potere.
Ma non esiste solo il potere: esiste anche un'opposizione al potere. In Italia questa opposizione è così vasta e forte da essere un potere essa stessa: mi riferisco naturalmente al Partito comunista italiano.
È certo che in questo momento la presenza di un grande partito all'opposizione come è il Partito comunista italiano è la salvezza dell'Italia e delle sue povere istituzioni democratiche.
Il Partito comunista italiano è un Paese pulito in un Paese sporco, un Paese onesto in un Paese disonesto, un Paese intelligente in un Paese idiota, un Paese colto in un Paese ignorante, un Paese umanistico in un Paese consumistico. In questi ultimi anni tra il Partito comunista italiano, inteso in senso autenticamente unitario - in un compatto "insieme" di dirigenti, base e votanti - e il resto dell'Italia, si è aperto un baratto: per cui il Partito comunista italiano è divenuto appunto un "Paese separato", un'isola. Ed è proprio per questo che esso può oggi avere rapporti stretti come non mai col potere effettivo, corrotto, inetto, degradato: ma si tratta di rapporti diplomatici, quasi da nazione a nazione. In realtà le due morali sono incommensurabili, intese nella loro concretezza, nella loro totalità. È possibile, proprio su queste basi, prospettare quel "compromesso", realistico, che forse salverebbe l'Italia dal completo sfacelo: "compromesso" che sarebbe però in realtà una "alleanza" tra due Stati confinanti, o tra due Stati incastrati uno nell'altro.Ma proprio tutto ciò che di positivo ho detto sul Partito comunista italiano ne costituisce anche il momento relativamente negativo.
La divisione del Paese in due Paesi, uno affondato fino al collo nella degradazione e nella degenerazione, l'altro intatto e non compromesso, non può essere una ragione di pace e di costruttività.
Inoltre, concepita così come io l'ho qui delineata, credo oggettivamente, cioè come un Paese nel Paese, l'opposizione si identifica con un altro potere: che tuttavia è sempre potere.Di conseguenza gli uomini politici di tale opposizione non possono non comportarsi anch'essi come uomini di potere.
Nel caso specifico, che in questo momento così drammaticamente ci riguarda, anch'essi hanno deferito all'intellettuale un mandato stabilito da loro. E, se l'intellettuale viene meno a questo mandato - puramente morale e ideologico - ecco che è, con somma soddisfazione di tutti, un traditore.
Ora, perché neanche gli uomini politici dell'opposizione, se hanno - come probabilmente hanno - prove o almeno indizi, non fanno i nomi dei responsabili reali, cioè politici, dei comici golpe e delle spaventose stragi di questi anni? È semplice: essi non li fanno nella misura in cui distinguono - a differenza di quanto farebbe un intellettuale - verità politica da pratica politica. E quindi, naturalmente, neanch'essi mettono al corrente di prove e indizi l'intellettuale non funzionario: non se lo sognano nemmeno, com'è del resto normale, data l'oggettiva situazione di fatto.
L'intellettuale deve continuare ad attenersi a quello che gli viene imposto come suo dovere, a iterare il proprio modo codificato di intervento.
Lo so bene che non è il caso - in questo particolare momento della storia italiana - di fare pubblicamente una mozione di sfiducia contro l'intera classe politica. Non è diplomatico, non è opportuno. Ma queste categorie della politica, non della verità politica: quella che - quando può e come può - l'impotente intellettuale è tenuto a servire.
Ebbene, proprio perché io non posso fare i nomi dei responsabili dei tentativi di colpo di Stato e delle stragi (e non al posto di questo) io non posso pronunciare la mia debole e ideale accusa contro l'intera classe politica italiana.
E io faccio in quanto io credo alla politica, credo nei principi "formali" della democrazia, credo nel Parlamento e credo nei partiti. E naturalmente attraverso la mia particolare ottica che è quella di un comunista.
Sono pronto a ritirare la mia mozione di sfiducia (anzi non aspetto altro che questo) solo quando un uomo politico - non per opportunità, cioè non perché sia venuto il momento, ma piuttosto per creare la possibilità di tale momento - deciderà di fare i nomi dei responsabili dei colpi di Stato e delle stragi, che evidentemente egli sa, come me, non può non avere prove, o almeno indizi.
Probabilmente - se il potere americano lo consentirà - magari decidendo "diplomaticamente" di concedere a un'altra democrazia ciò che la democrazia americana si è concessa a proposito di Nixon - questi nomi prima o poi saranno detti. Ma a dirli saranno uomini che hanno condiviso con essi il potere: come minori responsabili contro maggiori responsabili (e non è detto, come nel caso americano, che siano migliori). Questo sarebbe in definitiva il vero Colpo di Stato.

(Corriere della Sera, 14 Novembre 1974)




Bisognerebbe processare i gerarchi DC

di Pierpaolo Pasolini

[...]
Andreotti, Fanfani, Rumor, e almeno una dozzina di altri potenti democristiani (compreso forse per correttezza qualche presidente della Repubblica) dovrebbero essere trascinati sul banco degli imputati.
E quivi accusati di una quantità sterminata di reati: indegnità, disprezzo per i cittadini, manipolazione del denaro pubblico, intrallazzo con i petrolieri, con gli industriali, con i banchieri, collaborazione con la Cia, uso illegale di enti come il Sid, responsabilità nelle stragi di Milano, Brescia e Bologna (almeno in quanto colpevole incapacità di colpirne gli esecutori), distruzione paesaggistica e urbanistica dell'Italia, responsabilità della degradazione antropologica degli italiani (responsabilità, questa, aggravata dalla sua totale inconsapevolezza), responsabilità della condizione, come suol dirsi, paurosa, delle scuole, degli ospedali e di ogni opera pubblica primaria, responsabilità dell’abbandono «selvaggio» delle campagne, responsabilità dell'esplosione "selvaggia" della cultura di massa e dei mass-media, corresponsabilità della stupidità delittuosa della televisione, responsabilità del decadimento della Chiesa, e infine, oltre a tutto il resto, magari, distribuzione borbonica di cariche pubbliche ad adulatori. .
Senza un simile processo penale, è inutile sperare che ci sia qualcosa da fare per il nostro paese. E' chiaro infatti che la rispettabilità di alcuni democristiani (Moro, Zaccagnini) o la moralità dei comunisti non servono a nulla.

(Corriere della Sera, 28 agosto 1975)

lunedì 24 novembre 2008

Nicola Latorre, inciucio Massimo


Il furbetto del pizzino

di Gianni Barbacetto, da societacivile.it

È l'uomo più vicino a Massimo D'Alema. È stato uno dei protagonisti della stagione dei furbetti del quartierino, in strettissimo contatto con Massimo D'Alema e Giovanni Consorte durante la scalata di Unipol a Bnl. Ha commesso reati, in quell'estate del 2005, come ipotizzano i magistrati di Milano?
Non lo sapremo mai, perché il Parlamento non ha concesso ai giudici la possibilità di utilizzare le sue telefonate dell'epoca a Consorte e agli altri furbetti.
Nel novembre 2008 ha mostrato in tv il suo vero volto: a Omnibus, su La 7, ha passato un "pizzino" al parlamentare del Pdl Italo Bocchino, per suggerirgli un argomento contro Massimo Donadi dell'Italia dei valori, che accusava il centrodestra di aver impedito l'elezione di Leoluca Orlando alla Commissione di vigilanza Rai, sostituito con Riccardo Villari. Su un pezzo di carta strappato dal giornale Latorre scrive a Bocchino: «Io non lo posso dire. E la Corte Costituzionale? E Pecorella?».
Ecco un ritratto di Nicola Latorre, tratto da "Compagni che sbagliano" (Il Saggiatore 2007):

Nicola Latorre è uno dei parlamentari più intervistati da giornali e tv. Per il suo ruolo ufficiale in Senato (è stato vicepresidente del gruppo Ds). Ma anche e soprattutto per il suo ruolo informale: è considerato «molto vicino» a Massimo D'Alema; è supposto essere il suo portavoce, o almeno il «segnalatore di clima» del gruppo dalemiano. Insieme a Giuseppe Caldarola e Antonio Polito fa farte di un trio sempre pronto a portare il soccorso rosso (o rosa) a Berlusconi.

Latorre di D'Alema è stato collaboratore a Palazzo Chigi nel 1998, quando questi era presidente del Consiglio. Faceva parte di quella che Guido Rossi, ai tempi della scalata Telecom, chiamò «la merchant bank che non parla inglese». Uscito dalle stanze del governo, è entrato nelle aule parlamentari. Di D'Alema è rimasto amico, anche se a chi gli chiede se è «dalemiano» risponde con delicatezza: «Non ho il permesso ufficiale per definirmi tale».

Certo a D'Alema era vicino nell'estate del 2005, quando era in corso la scalata dei furbetti del quartierino. Anzi, era il più vicino, l'ufficiale di collegamento tra D'Alema e Giovanni Consorte, il furbetto rosso di Unipol lanciato alla conquista di Bnl. La sua voce restò anche registrata dalla guardia di finanza, che intercettava Consorte e gli altri furbetti.

Di Consorte continua a proclamarsi amico, anche dopo la sua caduta: «Ho sempre condiviso la determinazione con cui Unipol cercava di acquisire Bnl. E poi ho un rapporto di amicizia con Gianni di cui non mi vergogno» confessa a Vittorio Zincone sul Magazine del Corriere. Non gli fanno cambiare idea neanche i 46 milioni di euro sequestrati a Consorte: «Salvo smentite, quei soldi non avevano a che fare con l'operazione Bnl. Credo venissero da attività private di Gianni e su queste non esprimo giudizi».
Giudizi positivi invece su Marcello Dell'Utri, condannato in primo grado per mafia a Palermo, oltre che per frode fiscale e false fatturazioni a Torino e per estorsione a Milano: «È una persona colta e intelligente. Mi ha anche invitato a tenere una lezione al suo club culturale, il Circolo. Gli ho comunicato che non sarei potuto andare, ma è un invito che mi ha fatto piacere. Sono contento e apprezzo di essere stato invitato da un circolo che ha tra i suoi relatori personalità illustri».

Ottimi rapporti anche con Marco Mancini, l'uomo del Supersismi messo in galera per il sequestro di Abu Omar e per i dossier illegali Telecom, con cui Latorre scambia complimenti, auguri e abbracci telefonici, rimasti ahimè registrati negli atti della procura di Milano.

La storia di Latorre comincia a Fasano di Puglia, nei pressi di Brindisi. Famiglia benestante, padre notabile di provincia. Infanzia nell'Azione cattolica, adolescenza nell'Unione marxista-leninista di Aldo Brandirali, giovinezza nel Pci, corrente migliorista. Il buon giorno si vede dal mattino, perché Latorre è subito incaricato di occuparsi dei conti, responsabile amministrativo del circolo Fgci di Fasano, e dimostra immediatamente una certa creatività: «Pokerista provetto, investivo i soldi della sezione nei tris e nelle doppiecoppie. Quando non funzionava, c'era il flipper con le corse dei cavalli. Si vincevano 500 lire a botta». Altro che merchant bank.

Nel 1978 il ragazzo è segretario provinciale della Fgci e incontra D'Alema, allora leader nazionale dei giovani comunisti. «Nacque una bella amicizia». E anche un sodalizio politico, perché il migliorista Latorre restò sempre in contatto con lui. Nel 1996 si trasferisce a Roma, al seguito di Antonio Bargone, il Ds pugliese che diventa sottosegretario ai Lavori pubblici. Nel 1998 entra prima nella segreteria di D'Alema e poi lo segue a Palazzo Chigi. Il suo mito politico, però, è Aldo Moro: «Nel 1972 aspettai due ore sotto il palco nella piazza di Fasano per sentire un suo comizio». Ma non gli dispiace neppure Mariano Rumor, uomo delle infinite mediazioni. Claudio Velardi, un altro dello staff di D'Alema a Palazzo Chigi, quando voleva insultare Latorre lo chiamava Rumor: «Ma non mi offendevo affatto, sarà che sono pugliese. I Dc, Aldo Moro...». Dunque: Latorre è un dalemiano doroteo, o moroteo? «Ma anche D'Alema è moroteo» risponde pronto. Chissà.

Scendendo sulla terra, Latorre ha un ruolo in faccende ben più concrete. L'acquisto della Banca del Salento da parte del Monte dei Paschi di Siena, banca «rossa» controllata dai Ds: operazione che si risolse in un salasso per Montepaschi e in una manna per certi azionisti salentini. E la fondazione di Futura, un'associazione presieduta da D'Alema dopo la sua esperienza di presidente del Consiglio e indicata come un centro per finanziare la corrente. «Ma no» smentisce Latorre, che per Futura, oggetto alquanto misterioso del dalemismo, inventa una definizione abbastanza morotea: «Era il luogo dove tenere vivo il rapporto con le persone fuori dal partito che si erano avvicinate a noi nel periodo di Palazzo Chigi». Non è all'altezza di "convergenze parallele", ma quasi.

(20 novembre 2008)


Truman Show Italia: le bugie di Berlusconi



lunedì 29 settembre 2008


sabato 27 settembre 2008

E' nata Pandora

Nasce Pandora, un progetto per la costituzione di una tv libera, completamente finanziata dai contributi dei suoi telespettatori, che si propone di reagire al conformismo, all'occultamento dei fatti e al pensiero che imperano nelle televisioni di regime.
Tutti i giorni su Libera, Sky canale 924, va in onda il promo di Pandora.
E' previsto un passaggio al giorno nei seguenti orari: 22.00 - 22.30 - 23.00 - 23.30
Non appena saranno raccolte le risorse necessarie per realizzare la prima stagione, Pandora metterà in cantiere un programma televisivo settimanale di circa 90 minuti e un notiziario quotidiano sul web e sul satellite.


I primi firmatari dell'iniziativa sono:

Giulietto Chiesa, Lucio Barletta, don Aldo Benevelli, Anna Maria Bianchi, Caparezza, Sergio Cararo, Franco Cardini, Paolo Ciofi, Antonio Conte, Francesco De Carlo, Tana de Zulueta, Arturo Di Corinto, Laura Di Lucia Coletti, Claudio Fracassi, Luciano Gallino, don Andrea Gallo, Giuliano Giuliani, Udo Gumpel, Sabina Guzzanti, Serge Latouche, Manolo Luppichini, Empedocle Maffia, Lucio Manisco, Gianni Minà, Roberto Morrione, Diego Novelli, Moni Ovadia, Riccardo Petrella, Carlo Petrini, Franco Proietti, Lidia Ravera, Ennio Remondino, David Riondino, Roberto Savio, Francesco Sylos Labini, Antonio Tabucchi, Gianni Vattimo, Vauro, Elio Veltri, Dario Vergassola, Alex Zanotelli

Visita il sito internet di Pandora

giovedì 18 settembre 2008

Silvio riscrive la storia

di Peter Gomez

Una enciclopedia in videoclip rilegge gli eventi del mondo. andrà in tv e sul web. Al lavoro unasocietà collegata a Fininvest. Alla guida il vj Andrea Pezzi, sullo sfondo un discusso guru.

Gli uffici dove gli uomini di Silvio Berlusconi provano a riscrivere la storia sono in via Marroncelli, in un cortile della vecchia Milano. Qui ormai da un anno lavorano a pieno ritmo e nel segreto quasi assoluto una quarantina di persone. Sono i dipendenti e i collaboratori di Ovo, una srl partecipata al 47 per cento da Trefinace, una società lussemburghese che fa capo alla Fininvest. Ovo ha un obiettivo, anzi una missione, creare Ovopedia la prima enciclopedia in videoclip del mondo: un'opera colossale da migliaia e migliaia di voci che tra qualche mese entrerà nelle case degli italiani via satellite, e forse sul digitale terrestre, e sul Web.

Responsabile del progetto, molto apprezzato dall'ideatore di Forza Italia Marcello Dell'Utri, è un ragazzo simpatico e carino di 35 anni: l'ex vj Andrea Pezzi che presiede la società e la controlla al 53 per cento attraverso Nova Fronda, un'altra srl il cui nome si richiama direttamente al singolare credo psico-filosofico di Antonio Meneghetti, un ex frate francescano dal burrascoso passato giudiziario che negli anni '70 ha fondato l'ontopsicologia, una disciplina che ha come scopo la "formazione del leader, inteso come intuizione attiva di soluzioni per il collettivo".

Nel febbraio del 1998 l'Associazione di Ontopsicologia si è guadagnata quasi una pagina in un corposo rapporto del ministero dell'Interno su "sette religiose e i nuovi movimenti magici in Italia". Ma all'ex frate sentir dipingere la propria organizzazione come una psicosetta nella quale "verrebbero attuate metodologie dirette a modificare il carattere e la personalità dell'adepto, al punto di ottenere il totale condizionamento e devozione nei confronti del fondatore", proprio non andava giù. Così Meneghetti ha intentato causa al Viminale ed è riuscito a ottenere un risarcimento civile per danni d'immagine di alcune decine di milioni di lire.

Setta o non setta, resta il fatto che Meneghetti, considerato da Pezzi "un uomo straordinario e quasi magico", propaganda teorie storico-politiche sconcertanti (vedi articolo a pag. 48). Dichiaratamente filo russo e anti americano, nei suoi scritti e nelle sue conferenze l'ex frate sostiene la necessità di "relativizzare l'olocausto ebraico", perché "bisogna ricordare che gli ebrei non sono l'unico popolo che ha sofferto e pagato". "Io ho visto", spiega, "alcuni ebrei, ma anche molti italiani, molti tedeschi, molti russi e molti austriaci, morire. Ognuno ha perso, la guerra è bestiale. Tutti abbiamo perso, tutti siamo stati cattivi, tutti siamo stati partigiani".

Così Adolf Hitler, ma pure Josif Stalin, secondo Meneghetti, vanno studiati dal punto di vista del loro essere interiore, senza mai dimenticare che "la realtà è come una partita di scacchi, in cui il vicitore fa le leggi, scrive la storia e definisce la morale". "Se avessimo potuto indagare l'obiettiva motivazione interna di un leader", dice Meneghetti, "con sorpresa di molti si sarebbe notato che le fonti culturali di un Hitler sono nella dottrina dei Dalai Lama del Tibet. Lì sono i fondamenti ispirativi che giustificano il suo modo di fare, che sostanzialmente non era un voler occupare gli altri, ma voler purificare e salvare il mondo".

Simili teorie hanno una ricaduta diretta sulla linea editoriale di Ovo. In via Marroncelli, infatti, non è il solo Pezzi a frequentare i corsi a pagamento (2.500 euro) di Meneghetti, ribattezzati 'residence lideristici' e indirizzati - in Italia, in Russia e in Brasile - a "professionisti, imprenditori e politici di qualsiasi estrazione". Con lui sono seguaci del 'professore' anche il direttore editoriale Simone Ciaruffoli, un ex autore di 'Camera Cafè', la sit-com in onda su Italia 1 e l'ex direttore di produzione Andrea Andreini, proveniente dalla tv satellitare de 'Il gambero rosso', mentre in redazione circolano in numero copioso vari manuali e libri di ontopsicologia. Il risultato è per molti versi inquietante. 'L'espresso' ha potuto visionare in anteprima alcune delle videoclip finora prodotte.

In quella dedicata 'All'ascesa del nazismo', accanto a un montaggio incalzante tipico dei video musicali, accompagnato da una colonna sonora decisamente furba e coivolgente, la storia della presa del potere da parte delle croci uncinate è presentata senza indugiare in alcun tipo di giudizio storico, etico o morale. Hitler diventa così solo un leader dal fortissimo "carisma personale e dalle straordinarie virtù di oratore", mentre la questione del 'Mein Kampf', ovvero della Bibbia del nazismo, viene liquidata senza far cenno al razzismo e limitandosi a dire che nella sua opera il Führer "afferma che l'attuale declino della Germania dipende da un complotto dei comunisti e degli ebrei volto a seminare discordia e indebolire l'economia del paese".

È un po' quello che sostiene Meneghetti riferendosi all'Italia. Già nel 1997, l'ex frate scriveva: "Gli Stati Uniti - con l'appoggio del denaro ebraico (la stampa, ndr) - attraverso la 'demonizzazione' del leader hanno determinato il frammentarismo del potere del leader naturale della nostra nazione". E poi continuava dicendo che, se papa Wojtyla "va a pregare nella Sinagoga, ciò succede perché gli ebrei hanno aiutato una situazione bancaria (i debiti dello Ior, ndr)".

Insomma, viste le posizioni del 'professore', non stupisce che Hitler, stando a quanto riferiscono una serie di fonti interne a Ovo, nella biografia a lui dedicata secondo i vertici della società dovesse essere definito "un personaggio controverso", ovvero con la stessa frase che chiude il video su Stalin. Anche in questo caso viene messa in evidenza "la forza d'animo" del dittatore comunista e dopo un passaggio sui milioni di morti da lui causati "per mantenere l'ordine", la clip si conclude con queste parole: "Figura controversa del '900, l'uomo d'acciaio lascia dietro di sé un impero".

Non è un caso. Agli autori dei testi di Ovopedia, in gran parte giovani con pochissima o nessuna esperienza nel campo dell'informazione storica e scientifica, viene fornito un format preciso, che ha come comune denominatore: "La volontà".

In Ovobio, la sezione dell'enciclopedia interattiva in videoclip dedicata agli uomini che nel loro campo hanno lasciato il segno, si ordina di "mettere in luce la volontà del personaggio di raggiungere i suoi obiettivi e l'intelligenza nel saper applicare questa volontà". Mentre nel piano dell'opera Meneghetti compare tra gli "intellettuali e i mistici" cui dedicare una videoclip, accanto a figure come Aristotele, Freud, Sartre e Sant'Agostino.

Ma perché il premier ha deciso di finanziare personalmente Ovo attraverso la cassaforte di famiglia Fininvest e di inserire un suo uomo, Paolo Mazzoni, nel consiglio di amministrazione della società? Rispondere alla domanda non è semplice. Qualche dato di fatto però aiuta a capire. Già nel 2006 Meneghetti ha potuto presentare il suo libro più importante ('La psicologia del leader') alla quarta convention dei circoli giovani di Dell'Utri, mentre Pezzi nel 2005, grazie alla fortissima sponsorizzazione dell'ex assistente personale del Cavaliere e attuale parlamentare Deborah Bergamini, ha ottenuto un programma su RaiDue, 'Tornasole', in cui Meneghetti, suscitando lo sconcerto del critico televisivo del 'Corriere della Sera', Aldo Grasso, è stato tra gli ospiti d'onore. Tra gli obiettivi del 'Tornasole' c'era quello di rompere la presunta egemonia culturale della sinistra. Gli ascolti sono stati deludenti, ma quello è stato comunque un primo passo.

Poi, mentre Dell'Utri (in ottimi rapporti con Meneghetti) cercava d'intervenire sul mondo degli intellettuali con il settimanale 'il Domenicale', annunciando la scoperta dei falsi diari di Mussolini e spiegando, subito prima delle elezioni, che il Pdl "avrebbe revisionato i libri di storia, ancor oggi caratterizzati dalla retorica della Resistenza", la Fininvest si è data da fare per trovare il modo di raggiungere i giovani.

La tv interattiva di Pezzi è sembrata il sistema giusto per fare guerra a Internet (anche perché il progetto della web tv non è stato ancora scartato), ormai divenuto il primo media nella fascia d'età compresa tra i 16 e i 26 anni. Ovo ha così cercato, finora inutilmente, di trovare spazio sulla piattaforma di Sky, ha concluso un accordo con Vodafone per fornire contenuti multimediali (Ovoday) e ha bussato al mercato delle televisioni via cavo americane. In programma c'è la produzione di 2 mila clip all'anno, al costo di circa 3 mila euro l'una, cui va aggiunto il denaro per acquisire le immagini dagli archivi. Un business insomma da 7 o 8 milioni di euro ogni 12 mesi, che nel 2007, con le produzioni effettive cominciate a settembre, ha portato la società a una perdita di quasi 2 milioni.

Il progetto però è più complesso. È prevista una sezione chiamata Ovonews che si dovrebbe dedicare all'approfondimento delle notizie del giorno e una di satira politica chiamata Ovospirit. Nelle riunioni in cui Pezzi e gli altri accoliti del 'professore' discutevano con la redazione i nuovi traguardi, i vertici di Ovo hanno molto insistito sulla necessità di mettere nel mirino Antonio Di Pietro che, secondo Meneghetti, durante Mani Pulite sarebbe stato un burattino nelle mani degli americani, utilizzato per distruggere le imprese italiane.

Ancora fermo è invece il capitolo di Ovowise, dei mediometraggi dedicati al pensiero politico dei grandi leader contemporanei raccontato da loro stessi. Per il primo video, in calendario c'erano 30 minuti dedicati al premier, Silvio Berlusconi. Ma il budget era basso, poco più di 35 mila euro, e la casa di produzione straniera a cui Ovo si era rivolta ha detto no.

Ma in fondo non è un problema. Pezzi è ormai ospite fisso di molte manifestazioni di Forza Italia. Con Berlusconi vanta un rapporto personale. A convincere il Cavaliere ad allargare i cordoni della borsa ci penserà lui. Perché, in fondo, anche ad Ovo o si fa la storia, o si muore.

L'espresso online, 1 settembre 2008


mercoledì 10 settembre 2008

Colaninno non si imbarazza

I ragazzi di Qui Milano Libera sono andati a far visita a Matteo Colaninno (PD), ospite della festa del PD a Milano per chiedergli conto del palese conflitto di interessi in cui si trova per via della vicenda Alitalia.

Vergognoso Fede su Roberto Saviano

Incommentabile uscita del vergognoso Emilio Fede, in arte Fido, dal suo vergognoso tg abusivo contro il giornalista Roberto Saviano, autore del libro inchiesta "Gomorra" sulla camorra, il quale vive sotto scorta dall'uscita del libro a causa delle minacce rivoltegli dai clan camorristici.

martedì 9 settembre 2008

La Costituzione italiana: uno smoking indossato da un maiale

Il 12 maggio 2008 in una conferenza dal titolo "La voce della Costituzione. 60 minuti per 60 anni." promossa nell'ambito della Fiera del Libro di Torino, Marco Travaglio disse che la costituzione italiana è "uno splendido smoking indossato da un maiale". Francamente, osservando il declino morale, culturale e civile in cui l'Italia sprofonda ogni giorno di più, non si può certo dargli torto.

Riporto a questo punto uno splendido articolo di Marco Travaglio dal titolo "La ricostituente", apparso nella rubrica dell'Unità "Ora d'aria" del 30 agosto 2008.

“Cari ragazzi, da oggi, grazie alla nostra eccezionale ministra dell’Istruzione (un bell’applauso all’on. prof. Mariastella Gelmini e all'amato presidente Berlusconi!) cominceremo a studiare la Costituzione della nostra Repubblica nata dalla Resistenza, approvata 60 anni fa dai nostri Padri Costituenti. Ve la racconto in poche parole, poi la esamineremo articolo per articolo.

L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro e garantisce il dovere della solidarietà. La sovranità appartiene al popolo, dunque nessuno può eleggersi da solo. Tutti i cittadini sono eguali dinanzi alla legge, senza distinzioni di sesso, razza, religione, idee politiche, condizioni personali o sociali: sia bianchi, sia neri, più o meno ricchi o potenti che siano. Se uno viola la legge, ne risponde alla Giustizia, foss'anche il capo del Governo. La Repubblica è una e indivisibile, dunque niente Padanie o separatismi o secessioni. Promuove lo sviluppo della cultura e della ricerca, perché l’arte e la scienza sono libere. Lo Stato e la Chiesa sono indipendenti e sovrani. Dunque il Vaticano non può dare ordini al Governo o al Parlamento. La scuola privata è autorizzata, ma senza oneri per lo Stato. Lo straniero che viene da paesi dittatoriali ha diritto di asilo. L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa ad altri popoli e di risoluzione delle controversie internazionali: per dire, non possiamo attaccare altri stati sovrani, tipo Serbia, Irak o Afghanistan. La bandiera è il tricolore e tutti devono rispettarla, a cominciare dai ministri.

Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero e la stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure, nemmeno quando pubblica verbali o intercettazioni. Il lavoratore ha diritto a un salario proporzionato al lavoro che fa e sufficiente ad assicurare a sé e famiglia un’esistenza libera e dignitosa. Ergo, niente precariato. Tutti i cittadini devono pagare le tasse per concorrere alle spese pubbliche in proporzione ai loro redditi. Chi ricopre funzioni pubbliche ha il dovere di adempierle con disciplina e onore (il che esclude imputati, condannati e anche prescritti: alla prescrizione si rinuncia per farsi assolvere nel merito, altrimenti dimissioni). Ogni parlamentare rappresenta l'intera Nazione senza vincolo di mandato. Il Presidente della Repubblica rappresenta l'unità nazionale e giura al Parlamento fedeltà alla Repubblica e alla Costituzione: quindi non può firmare leggi incostituzionali. E' lui che nomina il Presidente del Consiglio e, su proposta di questo, i ministri. Dunque se un ministro fa pena o è imputato o non è degno della carica, la responsabilità è anzitutto del Quirinale. Il Presidente del Consiglio e i ministri sono sottoposti, per i reati commessi nell'esercizio delle loro funzioni, alla Giustizia ordinaria: cioè devono essere processati come gli altri cittadini. La Pubblica amministrazione deve ispirarsi al principio di imparzialità, perciò vi si può accedere solo per concorso pubblico. Vietate le lottizzazioni, i favoritismi e soprattutto i conflitti d’interessi, perchè i pubblici dipendenti sono al servizio esclusivo della Nazione.

I giudici sono soggetti soltanto alla legge: non al Governo o al Parlamento. Sono inamovibili. E si distinguono fra loro solo per diversità di funzioni: una sola carriera, inseparabile. Il pubblico ministero ha l’obbligo di esercitare l’azione penale (che dunque è obbligatoria, non discrezionale). E gode delle garanzie stabilite dall’ordinamento giudiziario, che è unico per tutti i magistrati. La magistratura è un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere. Si autogoverna attraverso il Csm: oltre al capo dello Stato che lo presiede e al primo presidente e al procuratore generale della Cassazione, gli altri membri sono eletti per due terzi dai magistrati e per un terzo dal Parlamento. I processi devono avere una ragionevole durata. Le leggi incostituzionali vengono cancellate ipso facto dalla Corte costituzionale, che è lì apposta. La Costituzione non può essere modificata con leggi ordinarie, ma solo con leggi costituzionali, approvate due volte da ciascuna Camera e, se non ottengono i due terzi dei voti, sono sottoposte al referendum popolare confermativo. Dimenticavo: è vietato riorganizzare in qualsiasi forma il disciolto partito fascista… Tutto chiaro, ragazzi? Domande?”.

Voce dal fondo dell’aula: “Scusi, prof, ma di quale paese sta parlando? Perché per un attimo ho avuto l’impressione che si riferisse all’Italia. Nel qual caso, mi scusi, ma non è che niente niente ci stava prendendo un tantino per il culo?”.

(Marco Travaglio, Ora d'aria, 30 agosto 2008)



Clicca sulla foto in basso per guardare il video completo della conferenza, cui hanno partecipato, oltre al giornalista Marco Travaglio, il magistrato Bruno Tinti e l'attore Gianni Bissaca.

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lunedì 8 settembre 2008

1986 - Silvio, la mafia e la bomba affettuosa

La sera del 28 novembre 1986 un attentato mafioso devasta la cancellata della villa di Silvio Berlusconi in via Rovani 2, che è anche la sede di rappresentanza della Fininvest, nel pieno centro di Milano. Davanti ai carabinieri accorsi sul posto Berlusconi si lascia sfuggire il suo sospetto: e cioè che la bomba l'abbia piazzata il suo ex "fattore", il boss mafioso Vittorio Mangano.
Poi se ne pente e, allarmato per quella voce dal sen fuggita, corre ad Arcore insieme a Fedele Confalonieri per telefonare a Marcello Dell'Utri e raccontargli tutto. Non sa che Dell'Utri, sotto inchiesta per bancarotta a Milano, ha il telefono intercettato. La telefonata, che inizia alle 0.12 del nuovo giorno (29 novembre 1986), e quelle successive sono fondamentali per comprendere i rapporti fra Berlusconi, Dell'Utri, Mangano e Gaetano "Tanino" Cinà. Palermitano, proprietario di una lavanderia e di un negozio di articoli sportivi, imparentato tramite la moglie con i boss Stefano Bontate e Mimmo Teresi, Cinà verrà condannato nel 2005 dal Tribunale di Palermo per partecipazione diretta a Cosa Nostra (insieme a Dell'Utri, condannato però per concorso esterno) come "uomo d'onore" del clan Malaspina.
Berlusconi, al telefono con Dell'Utri, sostiene che lo scopo che Mangano si prefiggeva con quell'attentato non è quello di danneggiare la villa, ma di "lanciare un messaggio". E spiega di sospettare di Mangano perché le modalità dell'attentato (una bomba "fatta con un chilo di polvere nera, una cosa rozzissima, ma fatta con molto rispetto, quasi con affetto... fatta soltanto sulla cancellata esterna") sono identiche a quelle di un altro, avvenuto undici anni prima, il 26 maggio 1975, sempre nella villa di via Rovani, quando ancora Mangano prestava servizio ad Arcore. E' chiaro, dalle loro parole, che Berlusconi, Confalonieri e Dell'Utri avevano attribuito anche l'attentato del 1975 a Mangano, anche se non l'avevano mai denunciato. E lo "stalliere" aveva seguitato a soggiornare ad Arcore per un altro anno, fino all'ottobre 1976. Poi nel 1980 fu arrestato per traffico di droga e proprio dal 1986 era imputato a Palermo nel maxiprocesso istruito da Falcone e Borsellino. Ma - sostiene Berlusconi - i carabinieri gli han rivelato che "è fuori", cioè è stato scarcerato. Dell'Utri è molto sorpreso, ma non contraddice il Cavaliere. E concorda sul fatto che si tratta comunque di un fatto "estorsivo". Della stessa idea è Confalonieri. Il numero due della Fininvest interviene nella telefonata e rammenta a Marcello la bomba del 1975, ricordando che dopo l'attentato Mangano aveva lasciato ad Arcore una lettera di rivendicazione e minaccia con una "croce nera". Dell'Utri e Berlusconi prevedono che anche stavolta arriverà una lettera o una telefonata estorsiva. Alla fine Silvio informa Marcello di aver detto ai carabinieri che, se gli fosse stato chiesto, lui avrebbe pagato il pizzo.


Video tratto da un documentario francese su Berlusconi

L'indomani mattina, alle 9.20, Berlusconi e Dell'Utri si riparlano al telefono: la bomba è ormai diventata un semplice "segnale acustico", anzi Berlusconi confida all'amico Marcello che gli dispiacerebbe "se i carabinieri, da questa roba qui..., da un segnale acustico, facciano una limitazione della libertà personale a lui", cioè se arrestassero Mangano per così poco. Dell'Utri è ancora perplesso sulla pista Mangano e dice che interpellerà "il dirigente della Digos" di Milano, Eleuterio Rea.
Alle 14.01 dello stesso 30 novembre 1986 Dell'Utri richiama Berlusconi per dirgli che ha "parlato con quello lì" (cioè Rea della Digos) e "poi ho visto Tanino... che è qui a Milano": è venuto apposta a Milano da Palermo ed è lì presente a casa sua durante la telefonata. Berlusconi non domanda chi sia questo Tanino, anzi lo conosce benissimo con quel diminutivo confidenziale: non c'è bisogno di specificare che si tratta del palermitano Gaetano Cinà. Dell'Utri, senza nominare Mangano, fa capire che Tanino gli ha detto che è ancora in carcere e quindi il sospetto che sia lui l'artefice dell'attentato va escluso in radice: "E' da escludere quella ipotesi! Perché è ancora dentro. Non è fuori!". Il fatto che Mangano sia ancora in carcere, però, non basterebbe a escludere il suo ruolo quantomeno di mandante, visto che notoriamente i mafiosi continuano a delinquere anche da dietro le sbarre. Ma Dell'Utri esclude anche questa eventualità, perché gliel'ha detto Tanino, al quale sia Dell'Utri sia Berlusconi attribuiscono una competenza indiscussa in fatto di mafia e di attentati dinamitardi ("Tanino mi ha detto che assolutamente è proprio da escludere; ma proprio... categoricamente").
Di più: Dell'Utri non si limita a dire che non è stato Mangano, ma aggiunge che "non c'è nessuna" ragione di preoccuparsi, c'è "da stare tranquillissimi". Garantisce Cinà e tanto basta. Ma è meglio non parlarne troppo al telefono ("Comunque poi ti parlerò di persona"). "Su questi punti - diranno i pm di Palermo nella requisitoria al processo Dell'Utri - avremmo voluto (ma non abbiamo potuto, per cause indipendenti dalla nostra volontà) sentire la versione dei fatti del Presidente Berlusconi e dello stesso Dell'Utri, che sarebbe stata utilissima nella ricerca della verità. Ma qualcuno, interessatamente, ha convinto il Presidente a non parlare..."

(tratto da Le mille balle blu, di Peter Gomez e Marco Travaglio)

venerdì 5 settembre 2008

Berlusconi e la giustizia

L'Economist vince la causa contro Berlusconi


Il Tribunale Civile di Milano ha rigettato le domande avanzate da Silvio Berlusconi nei confronti dell'Economist, dopo che questi aveva citato il settimanale britannico per diffamazione, a seguito di una famosa copertina che, prima delle elezioni del 2001, titolava "Why Silvio Berlusconi is unfit to lead Italy" (Perché Silvio Berlusconi non è adeguato a guidare l'Italia). L'articolo, dal titolo "An Italian Story" , risale al 26 aprile 2001.